Testo di Giulia. I)

Publié le par PEG

Il cielo di Roma quando è sereno diventa una bandiera, con il suo blu uniforme, luminoso, splendido. Oggi se ne sta sospeso sull’atmosfera limpida di una fredda mattina di gennaio. Nel Centro serpeggiano mille vicoli, intrecciandosi in percorsi disordinati. I sampietrini delle strade, il travertino dei muri, semplici, familiari, le botteghe studiatamente rustiche; un borgo medievale al centro di una metropoli. Per il visitatore intento a districarsi tra queste stradine ombrose e rassicuranti piazza Farnese si dischiude all’improvviso, con le sue proporzioni grandiose, le due fontane dai cui gigli marmorei fiottano alti zampilli d’acqua e al centro l’elegante palazzo rinascimentale che si staglia sull’azzurro. Papa Paolo III, che era una personcina discreta, si comprò tutte le residenze cardinalizie che cingevano questo slargo, per raderle al suolo e ricostruire  tutto da zero, elesse a sua dimora una piazza e a progettista un Michelngelo. Sulla facciata curve e linee si rincorrono in un equilibrio rasserenante, sul cornicione teste di leone ci osservano inespressive, dal balcone centrale la bandiera francese sventola beffardamente sui nostri nasi.

È venuta un sacco di gente alla manifestazione organizzata dall’Associazione Nazionale Familiari delle Vittime di Mafia per protestare contro l’ennesmo caso, a Salerno, di rimozione di magistrati rei di essersi occupati di uno scandalo enorme che sta emergendo in Calabria, ma più in generale contro i provvedimenti del governo in materia di giustizia.

Un governo che in campagna elettorale ha cavalcato senza troppi scrupoli il tema della sicurezza: non si poteva accendere la televisione (canali Mediaset in particolare) senza venire assaliti da un bombardamento di notizie tutte dello stesso genere –stupri, furti in appartamento, pestaggi, scippi, solitamente con immigrati come artefici- che fino a poche settimane prima non avrebbero trovato spazio in un tg neppure dopo la rubrica di cucina. Salvo poi, vinte le elezioni, avanzare tra le sue prime proposte una drastica limitazione dell’uso giudiziario delle intercettazioni e un decreto per sospendere per un anno tutti i processi, che fossero ancora al primo grado, relativi a reati compiuti prima del giugno 2002 e puniti con pene inferiori a 10 anni (curiosamente vi sarebbe rientrato il processo Mills a carico di Berlusconi per corruzione in atti giudiziari, insieme ad altri 100.000 processi circa, per una lunga serie di reati terrificanti1). Un governo che è già riuscito a far promulgare una legge sull’immunità delle alte cariche dello Stato, con una velocità fulminea (25 giorni) ripetto ai tempi geologici nei quali solitamente incorre la discussione delle leggi nel nostro Parlamento: il Lodo Alfano, unicum nel mondo occidentale sia perché protegge il Presidente del Consiglio, e non solo il  Capo dello Stato, sia perché copre i reati extrafunzionali (in effetti Berlusconi è imputato per reati commessi per i fatti suoi,  mica nello svolgimento del suo mandato).

Questa schizofrenia sul tema della sicurezza non è nuova alla classe politica berlusconiana, che ha sempre potuto conciliare con disinvoltura, visto che l’informazione non fa notare il paradosso, da una parte la propaganda della tolleranza zero, con  toni da giustizia sommaria che assecondano una diffusa percezione di insicurezza, dall’altra l’approvazione di una cascata di leggi, sempre concepite con un tempismo provvidenziale per qualche imputato eccellente, che negli ultimi quindici anni hanno reso altamente improbabile l’eventualità che chi delinque in Italia sconti una pena. Qualche esempio:

- Berlusconi è imputato nel processo “All iberian”2 , in quello Sme e in quello “Consolidato gruppo Fininvest”3,e condannato in primo grado nel processo Lentini4, in tutti e quattro i casi per falso in bilancio. Nel 2002, tra i suoi primi atti di governo, cambia la legge sul falso in bilancio, trasformando i suoi reati in semplici illeciti sanabili con una contravvenzione e riducendo, per la parte rimasta reato, i tempi di prescrizione (erano 7 anni, aumentabili fino a 15; sono diventati 4). I quattro processi, almeno i tronconi relativi a tale reato, vengono così stralciati.

- Berlusconi è coinvolto in una serie di processi che rischiano di arrivare a sentenza prima della prescrizione: il processo“All Iberian” per finanziamento illecito ai partiti4 e falso in bilancio (nella parte per cui è rimasto reato),  “Sme” e “Mondadori” per corruzione giudiziaria. Il suo governo sforna una serie di leggi che allungano i tempi processuali: la Cirami5 che facilita lo spostamento dei processi, approvata con regime transitorio, cioè con immediata applicabilità ai processi in corso; la legge sulle rogatorie; il ddl Pittelli, poi non convertito in legge, che riformava il modello processuale:con tutta una serie di accorgimenti che sembravano fatti apposta per trasformare la magistratura in una fabbrica di prescrizioni6.                                                                                                                            La più eclatante la legge Ex-Cirielli, nel 2005 dimezza i termini di prescrizione. Reagisce come in chimica alle leggi allunga-processi trasformandosi in impunità: solo nell’anno della sua entrata in vigore provoca la prescrizione di 35.000 processi in più dell’anno precedente. Un minimo di 35.000 delinquenti che la fanno franca, anche per reati gravissimi come stupro, sequestro di persona, furto, associazione a delinquere, frodi fiscali, corruzione, violenza privata, sfruttamento della prostituzione e tutti gli altri reati che si prescrivono in dieci anni.  Oggi il 95% dei processi in Italia si concludono con sentenza di non luogo a procedere per prescrizione. In compenso tra questi compaiono i processi,“All Iberian” e “Mondadori”. C’è ancora un problemino: al braccio destro di Berlusconi, Cesare Previti, già condannato a cinque anni in primo e secondo grado per corruzione giudiziaria al processo Sme7, la Cassazzione sta anche per confermare una condanna a sei anni e mezzo per il processi IMI-SIR, sempre per corruzione giudiziaria, Nulla che non si possa risolvere… Anche per non creare equivoci sul perché della ex-Cirielli, si è aggiunto all’ultimo un emendamento: chi ha più di settant’anni non va in galera, resta ai domiciliari. Previti ne aveva appena compiuti settant’uno (il giornalista Marco Travaglio ci ride su: “più che una legge un regalo di compleanno…”).

- Berlusconi, salvatosi in primo grado, grazie alla prescrizione, al processo Sme per corruzione giudiziaria, deve affrontare il giudizio di appello: lì i giudici potrebbero accogliere il ricorso dei pm, negandogli le attenuanti generiche e condannandolo. Nel gennaio 2005 la Legge Pecorella, dichiarata poi incostituzionale, abolisce la possibilità per l’accusa di ricorrere ai gradi superiori di giudizio. Prende il nome dal nome del deputato e avvocato di Berlusconi. In perenne transumanza dal Senato al tribunale di Milano, comprensibilmente confuso, difende il suo cliente con le leggi in Parlamento anziché con le arringhe nelle sedi adeguate.

- Berlusconi, appena tornato al governo, è indagato nel processo Mills, vicinissimo a sentenza, per corruzione in atti giudiziari. Rischia sei anni. Propone la famosa blocca-processi (quella che ne avrebbe sospesi per un anno 100.000). Ma è solo terrorismo: dinanzi a un tale rischio di paralisi del sistema giudiziario, la sinistra e l’Assoviazione Nazionale Magistrati accettano senza troppe storie il Lodo Alfano, che sospende i processi a carico del premier per la durata del mandato. E dopo? Che fare per quando riprenderà il processo? Ecco allora che il Consiglo dei ministri dà il via libera al ddl sulla riforma del processo penale: strapotere delle difese rispetto al giudice nell’ammissione delle prove, pena la nullità del processo stesso; ampi poteri del Ministero della Giustizia sulle toghe, il cui lavoro sarà monitorizzato di continuo; più possibilità di ricusazioni del giudice e di astensioni sell’imputato; ma soprattutto l’impossibilità di acquisire le sentenze definitive in altri processi ai fini della prova del fatto in esse accertato. Così quando saranno finiti la legislatura e gli effetti congelanti del Lodo e riprenderà il processo Mills, i fatti accertati nella sentenza che sta per essere emessa contro il solo avvocato Mills (la posizione del premier è stata stralciata e verrà ripresa in un diverso processo, finito il mandato) -ovvero, probabilmente, l’avvenuta corruzione- non potranno essere utilizzati contro Berlusconi. Pazienza se la norma in questione avrà effetti collaterali pazzeschi in termini di rallentamento di qualunque processo (ad esempio in un processo per mafia si rischierebbe di dover provare ogni volta che la mafia esiste).

Ecco il Capo del governo che avrebbe smantellato la criminalità. Ma soprattuto, ecco gli effetti dei suoi guai processuali sulla sicurezza dei cittadini: allargare le reti del sistema giudiziario per far scappare qualche pesce grosso ha reso impossibile prendere anche i pesci rossi.

Ecco perché oggi siamo qui. Ecco perché la piazza è piena di gente, nonostante nessun giornale abbia riservato una sola riga per avvisare di questa manifestazione. Sul palco si alternano intellettuali, giornalisti, esponenti delle associazioni anti-mafia. Il solito manipolo sparuto di personaggi pubblici che ancora non si adeguano all’attitudine servile e rassicurante che ha assunto l’informazione in Italia. Sempre le stesse facce…

“Oggi abbiamo chiamato a raccolta la società civile per far riscoprire alla gente le proprie responsabilità”. Afferma semplicemente, senza toni da comizio, Sonia Alfano, una delle promotrici, figlia del giornalista ucciso dalla mafia e rappresentante regionale del movimento E Adesso Ammazzateci Tutti (nato dopo l’omicidio Fortugno, da qui il nome). La Alfano rappresenta tutta una categoria di persone, i familiari delle vittime di mafia, inferocita contro la miriade di leggi allunga-processi che hanno spesso assicurato l’impunità a quel genere di criminali che i loro parenti combattevano, contro il progetto di legge per limitare le intercettazioni, spesso decisive nei processi per mafia, contro la martellante delegittimazione della magistratura. Fa appello al senso di responsabilità per il quale la società civile dovrebbe difendere la propria Costituzione, che invece viene violata ogni giorno, pretendere un Paese democratico, indignarsi di fronte al fatto che pregiudicati, indagati o amici di mafiosi possano occupare le istituzioni7, di fronte a un Presidente del Senato che fu socio in affari nella Sicula Broker col boss mafioso Nino Mandalà, o a un ministro della Giustizia Alfano (il tristemente noto del Lodo, vero mandante del trasferimento dei giudici di Salerno), conosciuto alle cronache per aver baciato Croce Napoli, boss di Cosa Nostra; rivendica che quella di oggi, al di là di come la presenterà la stampa, non vuole essere una manifestazione contro le istituziioni, ma contro i delinquenti che le occupano. Quando invoca con forza la necessità di cambiare radicalmente questo Paese si levano molte voci: “Come?”. La Alfano si volta in direzione delle grida: “Come? Parlando! Informado! Controllando quello che ci succede intorno, nei nostri Comuni! La manifestazione di oggi… io mi auguro che l’informazione la riporterà senza distorsioni, me lo  auguro, lo dico da figlia di giornalista. Ma voi filmatela, fatela circolare su internet!”.

Chiama sul palco alcuni parenti di vittime della mafia, che uno dopo l’altro raccontano le loro storie. Tra questi c’è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il giudice protagonista insieme a Falcone del maxiprocesso di Palermo, che alla fine degli anni ‘80 porto alla condanna di più di 400 esponenti di Cosa Nostra, ucciso insieme a tutti i ragazzi della scorta nella “strage di via d’Amelio” del 1992. I processi sulla sua uccisione hanno gettato una luce inquietante sulla storia dei rapporti tra mafia e Stato in quegli anni; sono inciampati in indizi di trattative tra esponenti delle istituzioni e di Cosa Nostra, che in quel periodo, con le bombe di Milano, Roma , Firenze, Palermo, avviava una strategia terroristica per costringere lo Stato a un nuovo accordo di non belligeranza e coabitazione con la mafia8 (essendo i vecchi equilibri saltati a causa della travolgente attività investigativa di Falcone e Borsellino e dello scandalo di Mani Pulite che stava spazzando via i tradizionali referenti politico-istituzionali di Cosa Nostra); ha ricostruito conicidenze che suggeriscono la collaborazione di servizi segreti deviati nell’attentato di via d?Amelio. Perché dalla sede segreta del Sisde (i servizi segreti civili) a Castel Ultoveggio, pochi secondi dopo la strage, da un’utenza clonata intestata allo stesso Borsellino, parte una telefonata diretta a Bruno Contrada, capo del Sisde a Palermo oggi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa? Perché mentre la polizia ancora arranca per capire cosa sia successo e persino dove, il Sisde è gia perfettamente informato e operativo? Perché sempre Contrada, 80 secondi dopo l’esplosione, telefona a un funzionario del Sisde il cui numero era annotato su un biglietto rinvenuto proprio sul luogo dove gli assassini di Falcone azionarono il telecomando che innescò il tritolo? Perché Gioacchino Genchi, all’epoca dirigente della Polizia esperto di telecomunicazioni, ha dichiarato che il suo gruppo considerava assai fondata l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Ultoveggio e che tuttavia essa era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo?.Perché utenze che facevano capo ad affiliati a Cosa nostra avevano avuto prima della strage contatti con gli uffici del Cerisdi, ente regionale in realtà copertura del Sisde con sede nel castello? Perché nonostante Genchi individui da subito tutte queste connessioni, viene trasferito ad altre indagini? Sono tutti interrogativi rimasti senza soluzione: difatti dodici anni tra inchieste e processi hanno portato solo alla condanna degli autori materiali delle stragi, ma i “mandanti esterni” sono rimasti senza volto, benché la magistratura ne abbia accertato l’esistenza..

C’è solo lo sguardo sulla faccia di Salvatore Borsellino, uno sguardo che è il prodotto di una vicenda devastante, rimasta senza verità né giustizia, che ha ridotto il volto alla sua essenzialità, l’impegno civile alla semplice evidenza della propria dignità, i discorsi alla cruda forza della consapevolezza, senza mai un accenno di enfasi o di protagonismo. Borsellino urla, letteralmente, un appello al risveglio civile, a riscoprire la rabbia, la responsabilità, l’orgoglio, contro un sistema capillare del potere mafioso che ha confiscato il Paese. Ripercorre la vicenda del fratello, l’abnegazione con cui lavorava, confortato dal una profonda fiducia  nella possibilità per la società italiana di svegliarsi e riscattarsi; indica nella collusione. tra mafia e Stato la causa della sua morte; ci parla a lungo di Manuela Loi, il membro più giovane della scorta; denuncia come un vilipendio alle istituzioni e allo Stato che indagati nei processi per mafia, o quelli lui è convinto siano i mandanti esterni della morte del fratello, occupino quelle istituzioni.

“E io vi racconto queste cose non per farvi commuovere, non per farvi piangere, perchè non è tempo di piangere, è tempo di reagire, di lottare, è tempo di resistenza!

È tempo di opporsi a un governo che ci sta consegnando un paese senza futuro per i nostri ragazzi. E la colpa è nostra, è nostra perché lo abbiamo permesso.

Abbiamo permesso di arrivare a un punto tale per cui Francesco Cossiga, durante le proteste studentesche di questi mesi contro i tagli all’istruzione, si è potuto permettere di proporre di fare come nel '77 (quando lui era Ministro dell'Interno, ndr.): infiltrare il movimento studentesco, aizzarlo verso la violenza,  e augurarsi che ci scappi il morto per giustificare una repressione violenta! (“Il suono delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle sirene della polizia” aveva dichiarato in un intervista9)

|La recirpoca tolleranza tra Stato e mafia|: questo è il vero motivo per cui oggi si vuole togliere ancora un'arma (le intercettazioni, ndr) a quella parte sana di Stato che ancora è rimasta. Questo è il motivo per cui ancora oggi si uccidono i magistrati, anche se in modo diverso. Ieri uno di loro mi ha detto: ‘Avrei preferito essere ucciso col tritolo come tuo fratello, piuttosto che giorno per giorno, come stanno facendo. Chi oggi combatte la criminalità organizzata non viene più ucciso col tritolo, viene ucciso in maniera tale che la gente non se ne accorga neanche, che la gente non reagisca.  Hanno imparato dalla lezione del '92, (quando gli attentati a Falcone e Borsellino generarono una reazione travolgente e sorprendente dell'opinione pubblica), quando tanti segnali mi fecero credere di poter sentire quel “fresco profumo della libertà”, di cui parlava Paolo, “che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”10. Tanto che io arrivai a pensare che se Dio aveva voluto far morire Paolo perchè davvero il nostro paese potesse cambiare, bè, allora ero felice della sua morte.  Perchè questo era il sogno di Paolo e Paolo sarebbe stato felice di sapere che era morto per questo.

Mentre oggi, guardando il baratro in cui siamo precipitati, ringrazio Dio che sia morto perchè cosi non sono costretto a vederlo uccidere nel modo in cui stanno uccidendo De Magistris, Apicella, Forleo.

Quel puzzo oggi ci sta sommergendo, sta sommergendo la nostra vita e le nostre istituzioni.

E adesso Mancino (ex Ministro dell’Interno, ora Presidente del Cism) non mi può venire a dire di non aver incontrato Borsellino il 1° Luglio '92, quando sicuramente gli è stata prospettata quella scellerata trattativa tra Stato e criminalità organizzata per la quale è stato ucciso! Perchè Paolo non può che essersi messo di traverso a questo venire a patti con la criminalità, con chi poco più di un mese prima aveva ucciso quello che era veramente suo fratello, Giovanni Falcone!11

Hanno adottato una tecnica raffinata, ci hanno infilato in acqua che si riscalda a poco a poco, così la gente non si accorge del punto a cui arriviamo. Attenti, stiamo precipitando in un baratro e da questo baratro dobbiamo uscire! Perchè lo dobbiamo a questi morti, lo dobbiamo a Giovanni Falcone, lo dobbiamo a Paolo Borsellino, lo dobbiamo a Manuela Aloi… Dobbiamo riappropriarci del nostro Paese! Questo Paese è nostro!  Lo Stato siamo noi! Non queste persone che indegnamente occupano le istituzioni.  L'unica cosa che ci resta da fare per non cadere in un regime dal quale non ci potremo più districare è questo: resistenza!”. Resistenza. Reistenza. Resistenza. Lo ripete tre volte, sempre più forte, l’ultima è un grido lungo e rauco, che quando si spegne ci lascia completamente smarriti, in un silenzio assoluto.

È in queta atmosfera immobile ed emozionata che si fanno avanti timidamente due giornalisti calabresi, Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio, autori di un libro, “La società sparente” che fa luce sul potere di ricatto su cui si basa la forza della ‘ndrngheta in Calabria. Nel loro racconto il senso dell’art 1 della nostra Costituzione prende forma in tutta la sua concretezza: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quel lavoro che, assicurando dignità e libertà, si fa veicolo di democrazia. Mentre quando costituisce  l’oggetto di un ricatto diventa tramite del sopruso, del potere immobile, della cultura dei privilegi e dell’elemosina anziché delle responsabilità e dei diritti.

Quando la Alfano presenta l’ospite successivo parte una specie di standing ovation. Difficile credere, per un visitatore straniero, che si faccia tutto questo chiasso per quell’omino laggiù. La figura allampanata, i capelli sconclusionati, la faccia trasparente… c’è Marco Travaglio! Marco Travaglio è un grafomane che vive seppellito tra carte processuali, sentenze, archivi giudiziari (una volta in un video ho visto il suo studio: un’immagine agghiaciante, temo indelebile) e ne riemerge un paio di volte l’anno con un nuovo tomo da pubblicare, che di solito racconta le malefatte della nostra classe dirigente, per come emergono dai processi.. Che sarebbe l’occupazione naturale di un cronista giudiziario. Altrove. In italia è un passatempo abietto da giustizialista. Giustizialista sarebbe una parola senza senso. Altrove. In Italia indica il pervertito che reclama una legge uguale per tutti, e dunque che il controllo di legalità si eserciti anche sulla classe politica (se è un cittadino), o che denuncia quando ciò non avviene (se è un giornalista). In entrambi i casi un atteggiamento chiaramente eversivo e indecente. Il giustizialismo in Italia ha un volto: quello di Marco Travaglio, in quanto i politici lo accusano di avere tale psicosi ogni volta che parla di loro. Non una definizione, che risulterebbe molto più problematica e imbarazzante da fornire. Come definire infatti il giustuzualista? Chi vuole troppa giustizia? E a quando il democratista? (Mi permetto il sarcasmo perché scrivo per dei Francesi, in Italia parlare per paradossi rischia sempre risvolti imprevedibili).

Il giornalista ripercorre la vicenda delle indagini di Salerno e delle reazioni istituzionali al loro progredire. Che è il principale motivo per cui siamo qui: la manifestazione è stata indetta per solidarizzare col procuratore Apicella, appena sospeso dal Csm, e con i suoi collaboratori Nuzzi e Verasani, che sono stati invece trasferiti. Ma Tutto inizia con le indagini che il pm Luigi De Magistris conduce negli ultimi tre anni e che illuminano i rapporti tra criminalità, politica e imprenditoria in Calabria, e un sistema di potere fondato sulla corruzione nella pubblica amministrazione. Esse sono:

La Poseidone: sui depuratori che si dovevano fare in Calabria, già finanziati dall'Unione Europea con 800 milioni di euro, senza che ad oggi se ne sia mai visto uno. L’indagine gli viene tolta dal suo procuratore capo, Lombardi, non appena indaga l'On. Pittelli, senatore di Forza Italia. Pittelli è avvocato del procuratore capo, amico del procuratore capo, socio in affari col figliastro del procuratore capo.
La Why Not: sui soldi stanziati dallo Stato e dall'Europa per l'informatizzazione e il lavoro interinale in Calabria, arraffati dai soliti comitati d'affari. L’inchiesta, oltre a vari faccendieri, ex piduisti, ufficiali dei servizi segreti e della Guardia di Finanza, qualche mafioso, ha come principale imputato l’inprenditore Antonio Saladino, capo della Compagnia delle Opere. Costui avrebbe intessuto una rete di reciproci favori con una lobby trasversale di uomini politici di tutti i colori, che comprende anche  Mastella, l’allora Ministro della Giustizia, segretario dell’Udeur (un particolo piccolo ma con una rappresentanza che cresce esponenzialmente quando si parla di vicende giudiziarie). Mastella da mesi sa che De Magistris sta lavorando su affari in Calabria che lo riguardano: persino i giornali hanno scritto che ci sono delle telefonate tra il Ministro e alcuni imputati, come Saladino, il piduista Bisignani e altrri. Dopo aver saputo che stanno lavorando sulle sue telefonate, e che quindi è imminente la sua iscrizione nel registro degli indagati, si precipita al CSM e come Ministro della Giustizia chiede di trasferire urgentemente De Magistris. Ma nel frattempo, nell'ottobre del 2007, De Magistris si vede togliere anche questa indagine, dal procuratore generale Dolcino Favi, con una motivazione molto spiritosa: dato che Mastella gli ha mandato gli ispettori e poi ha chiesto al CSM di trasferirlo, De Magistris si troverebbe  in conflitto di interessi se continuasse a indagare su Mastella. Non è mica Mastella, indagato nell’inchiesta, ad essere in conflitto di interessi quando manda gli ispettori e chiede di trasferire De Magistris!

Gli resta solo Toghe Lucane, sui comitati politico-affaristico-giudiziari in Basilicata. Coinvolge, oltre a moltissimi magistrati della Basilicata, addirittura un ex membro del CSM nonché sindaco di Matera. Intanto il Csm dà seguito alla richiesta avanzata, dopo quelle ispezioni ordinate da Mastella alle quali accenavamo, dal Procuratore Generale della Cassazione e trasferisce De Magistris da Catanzaro a Napoli, ma quando ciò avviene ormai Toghe Lucane è conclusa. De Magistris invia l’avviso di chiusura delle indagini, l’atto a decorrere dal quale gli indagati hanno 20 giorni per chiedere un supplemento istruttorio, dopodiché si possono inviare le richieste di rinvio a giudizio e un pm ha terminato il proprio lavoro in un’inchiesta. Bene, gli impediscono di restare anche solo quei venti giorni in più per poter scrivere le richieste di rinvio a giudizio. Lo cacciano da Catanzaro, fisicamente, un attimo prima che sia riuscito a scriverle.
Nessuna, quindi, di tre indagini clamorose si è conclusa con la firma di De Magistris.

Dopo che gli vengono avocate le inchieste, poiché la procura di Salerno è quella competente a indagare sui reati commessi da magistrati di Catanzaro, arriva a Salerno una processione di inquisiti, superiori, colleghi di De Magistris, che vogliono denunciarlo per presunte scorrettezze da lui commesse durante le sue indagini. Ma a Salerno si presenta anche lo stesso De Magistris, che denuncia a sua volta i sui superiori e alcuni suoi imputati, per averlo, a sua detta, isolato ed espropriato delle sue inchieste. I magistrati di Salerno, ricevute queste denunce di De Magistris e contro De Magistris, iniziano ad indagare.

A un certo punto vengono sentiti dal Consiglio Superiore, la prima volta quindici mesi fa, l'altra pochi mesi dopo, perché il CSM deve decidere sulla famosa richiesta di trasferimento di De Magistris, avanzata dal procuratore generale della Cassazione in seguito alle ispezioni ministeriali. Il Csm valuta i profili disciplinari, deontologici e di incompatibilità, non quelli penali: se ad esempio un pm è in condizioni di incompatibilità nella procura in cui si trova, non per sua colpa ma magari perché è parente o amico di qualche indagato o di qualche avvocato, o ne ha ricevuto qualche favore, spetta al Csm trasferirlo per incompatibilità ambientale; oppure avviare un procedimento disciplinare nel caso in cui un magistrato, pur non colpevole di reati, abbia commesso delle scorrettezze deontologiche. In quel momento il Cism non è chiamato a valutare se questi profili sussistessero solo a carico di De Magistris, ma anche dei suoi colleghi di Catanzaro. Quindi sente i magistrati di Salerno per capire che cosa sta emergendo nelle loro indagini.
E quello che raccontano è clamoroso: dicono che le denunce contro De Magistris si sono rivelate totalmente infondate e quindi saranno archiviate; che l'iscrizione di Mastella sul registro degli indagati era doverosa; che De Magistris è stato costretto a lavorare "in un contesto giudiziario fortemente condizionato da interessi extragiurisdizionali, talvolta illeciti, perché ci sono magistrati legati ad avvocati, imputati, che poi ricevono dei favori, moltissimi favori” (per esempio Saladino, il principale indagato di Why Not, ha fatto assumere amici e parenti dei magistrati di Catanzaro nelle sue società); che da mesi la procura di Salerno chiedeva a quella di Catanzaro la copia degli atti delle indagini Why Not, per verificarne l'eventuale insabbiamento, vedendosela illegittimamente rifiutare (non  si può rifiutare di esibire un atto che una procura competente chiede). Insomma, le denunce fatte da
De Magistris, al contrario delle altre, si sono rivelate fondate: esiste un sistema di potere, un comitato trasversale, un network di persone che dovrebbero controllarsi le une con le altre e che invece intrattengono rapporti idilliaci e si coprono a vicenda. E quando arriva qualche magistrato che sta fuori dal network, libero e indipendente, si coalizzano per fare in modo che se ne vada. è ciò che hanno fatto con De Magistris.
Ci si aspetterebbe che il CSM prenda atto del fatto che la procura competente ha stabilito che De Magistris si è comportato correttamente. Il CSM se ne infischia e lo trasferisce con dei cavilli burocratici.
In secondo luogo, fermo restando che è la procura di Salerno che deve occuparsi degli eventuali reati
dei magistrati di Catanzaro, ci si aspetterebbe che il CSM prenda immediate disposizioni disciplinari o quantomeno disponga qualche trasferimento, di fronte a condizioni così eclatanti di incompatibilità, per non parlare del rifiuto di far visionare gli atti richiesti. 

Invece lascia tutti al loro posto (salvo De Magistris, l’unico non incompatibile).



1            La motivazione, abbastanza stravagante, era quella di “dare la precedenza agli altri processi (“Berlusconi è altruista: rinuncia ai suoi processi a vantaggio di quelli altrui”, ironizza una vignetta di Ellekappa su Repubblica). Il decreto avrebbe inevitabilmente comportato la prescrizione del proceso Mills, che era vicino alla sentenza, ma con l’effetto collaterale di bloccare circa 100.000 processi per reati come stupro, sequestro di pesona, estorsione, furto, associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, frodi fiscali, truffa alla Comunità Europea, corruzione, corruzione giudiziaria (…), violenza privata, sfruttamento della prostituzione, immigrazione clandestina (mentrelo stesso governo lanciava anatemi contro i clandestinia reti unificate) e moltissimi altri.

 

2            Una  rete di 64 società e conti off shore del gruppo Fininvest secondo l'accusa avrebbe finanziato operazioni riservate per scalare grandi societý quotate in Borsa senza informare la Consob; per aggirato le leggi antimonopolio tv in Italia e in Spagna, acquisendo il controllo di Telepi˜ e Telecinco; e ancora per pagare tangenti a partiti politici (come la stecca record di 21 miliardi di lire data a Craxi attraverso la societý All Iberian, oggetto del secondo troncone, prescritto grazie alla ex-Cirielli,  del processo “Al iberian”). La rete occulta della Finivest-ombra ha spostato, tra il 1989 e il 1996, fondi neri per almeno 2 mila miliardi di lire. Per questo Berlusconi è stato chiamato a rispondere di falso in bilancio. Ma nel 2002 ha cambiato la legge sul falso in bilancio, trasformando i suoi reati in semplici illeciti sanabili con una contravvenzione e soprattutto riducendo, per la parte rimasta reato, i tempi di prescrizione. CosÏ il giudice per le indagini preliminari nel febbraio 2003 ha chiuso l'inchiesta: negando l'assoluzione, poiché Berlusconi e i suoi coimputati ( tra cui Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset) non possono dirsi innocenti; ma decidendo di proscioglierli poiché il tempo per il processo, secondo la nuova legge, è scaduto

 

3            Sono stati prescritti, sulla base della nuova legge sul falso in bilancio, i 1500 miliardi di lire di presunti fondi neri accantonati 12 dal gruppo Berlusconi su 64 off-shore della galassia All Iberian (comparto B della Fininvest

 

4            I grado: il reato (10 miliardi versati in nero al Torino Calcio in occasione dell'acquisto del giocatore Luigi Lentini) è stato dichiarato prescritto grazie alla nuova legge sul falso in bilancio

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5            Prevede che ogniqualvolta l’imputato chieda il trasferimento del processo per legittimo sospetto sull’imparzialità del suo giudice naturale, questo si blocchi fino a quando la Cassazione non abbia deciso se accogliere o no la domanda problema è che consente in finite istanze di rimessione del processo e dunque infinite sospensioni

6            Ad esempio i giudici non avrebbero più potuto rifiutare prove o testimoni palesemente inutili o non inerenti al processo, la difesa avrebbe potuto impugnare davanti alla Cassazione tutte le ordinanze del tribunale (quelle che decidono sulle questioni preliminari, sull’utilizzabilità degli atti, sulle richieste di prova…), sarebbero diventati più ampi e numerosi i casi in cui scattano incompatibilità o ricusazione di un giudice

7            Si tratta del cosiddetto “processo SME”, dove Cesare Previti è stato condannato in primo e secondo grado per aver corrotto i giudici di Roma nel 1985, processo poi prescritto dopo che la Cassazione aveva annullato le prime due sentenze, non per questioni di merito ma per incompetenza territoriale del tribunale di Milano, e che il processo era  pertanto stato spostato a Perugia. IL gip di Perugia motiverà così l’archiviazione: «Un’archiviazione nel merito non è possibile, stanti i numerosi, precisi, riscontrati e incontrovertibili elementi di prova raccolti nel corso delle indagini del tribunale di Milanoo a caricd degli indagati». Dunque «non può farsi altro che constatare l’intervenuta prescrizione di tutti i reati contestati». Per quanto riguarda invece la posizione del coimputato, Berlusconi, accusato di corruzione giudiziaria e falso in bilancio,prima è stata stralciata dal processo principale, in quanto il Lodo Mccanico, approvato in tempo di record, ha sospeso i processi al Premier fino al termine del suo mandato (o sine die, in caso di rielezione o di nomina ad altra carica istituzionale) proprio alla vigilia della sentenza. Dichiarato il Lodo incostituzionale, sette mesi dopo, dalla Corte Costituzionale, il processo riprende ma Berlusconi viene assolto pe falso in bilancio in quanto il reato era nel frattempo stato depenalizzato dalla sua stessa maggioranza, mentre viene assolto (per insufficenza di prove) per la corruzione

 

7            I pregiudicati in Parlamento sono 25, mentre gli indagati, i condannati in primo e secondo grado con procedimento giudiziario ancora in corso e i miracolati dalla ex-Cirielli sono 82

 

8            L’ipotesi accusatoria  nel processo che si sta tenendo a Palermo contro l’ex capo del Sisde Mario Mori, per favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra, è che dopo la strage di Capaci, in cui morì Falcone, sia stata avviata una trattativa tra  Cosa Nostra e settori delle istituzioni che, cedendo alla strategia ricattatoria della mafia, erano disposti a stabilire un nuovo status quo con l’organnizazione criminale per fermare le stragi. Questa trattativa avreebbe avuto come tramiti Mori per lo Stato e Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo in quelmomento ai domiciliari, per Cosa Nostra (con tanto di ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi: fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni)

            . Sarebbe stata proprio questa negoziazione a provocare l’attentato a Borsellino, simbolo vivente del partito della non trattativa, eliminato in tutta fretta per ordine di Riina affinché non la intralciasse, Il figlio di Ciancimino sostiene infatti che in un incontro del 2 luglio ’92 al Viminale tra Borsellino e l’allora ministro dell’Interno Mancino (oggi Vice-Presidente di quel CSM che ha trasferito de Magistris, la Forleo e i giudici di Salerno), il magistrato era stato informato che c’era in corso una trattativa e si chiedeva il suo consenso Che ovviamente venne rifiutato.

 

9            Da "GIORNO/RESTO/NAZIONE" di giovedì 23 ottobre 2008

            “isogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei” di ANDREA CANGINI - ROMA PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «

            Cossiga: Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.

            Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia

            Giornalista: Quali fatti dovrebbero seguire.

            Cossiga: “Maroni (attuale ministri dell’interno, ndr) dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”
Giornalista:
“Gli universitari, invece?”
Cossiga:
“Lasciarli fare. Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città“.
Giornalista:
“Dopo di che?”
Cossiga:
“Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri”.
Giornalista:
“Nel senso che…”
Cossiga:
“Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano“.
Giornalista: “Anche i docenti?”
Cossiga:
“Soprattutto i docenti”.
Giornalista:
“Presidente, il suo è un paradosso, no?”
Cossiga:
“Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”
Giornalista:
“E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? In Italia torna il fascismo, direbbero”.
Cossiga:
“Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”.
Giornalista:
“Quale incendio?”
Cossiga:
“Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese”

 

 

1                  0 “La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.” Tratto da un discorso di Paolo Borsellino ai cittadini siciliani. In una manifestazione in memoria di Falcone

 

1                  1 Vi è in proposito la testimonianza del figlio di Ciancimino, nonché l’agenda di Borsellino su cui era annotato l’appuntamento.

 

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