Testo di Giulia. II)

Publié le par PEG

Arriviamo al 3 dicembre 2008. Dopo sette mesi che chiede inutilmente copia degli atti su Why Not con le buone, la procura di Salerno va a prenderseli con la polizia giudiziaria: sequestra gli atti e comunica a un bel po' di magistrati calabresi che sono indagati per il mega complotto ipotizzato contro il loro collega.

L’accusa che motiva il decreto è di “corruzione in atti giudiziari”, in sostanza di essersi venduti le indagini di De Magistris in cambio di favori. De Magistris sarebbe stato privato delle sue inchieste perché venissero date a colleghi più malleabili, che con i soliti giochi di prestigio (stralci, archiviazioni, parcellizzazione del materiale ecc…), avrebbero insabbiato tutto. Ma c’è spazio anche per abuso, falso e favoreggiamento. I magistrati coinvolti sono ben sette.

Scrivono i pm di Salerno, in un decreto di perquisizione di 1700 pagine, dunque perfettamente motivato, che il procuratore Lombardi e il suo aggiunto Murone, hanno revocato a De Magistris l'inchiesta Poseidone solo perché era stato indagato il senatore Pittelli, e che dopo avergliela tolta l’hanno fatta stagnare per molti mesi; che tale inchiesta è stata volutamente disintegrata dai magistrati che sono stati chiamati a occuparsene dopo; che l'altra inchiesta avocata a De Magistris, la Why Not, gli viene tolta dal procuratore generale Dolcino Favi solo in quanto coinvolge Mastella, e che il fascicolo viene poi dato ad altri pubblici ministeri che, dolosamente, spezzettano il quadro complessivo dell'accusa, lo parcellizzano e lo polverizzano; che uno dei protagonisti di questo esproprio dell'indagine, il procuratore aggiunto Murone, si è visto assumere dei parenti da Saladino (si fanno i nomi di un cugino e un protetto di Murone che lavorerebbero con la Why Not dell’imprenditore); che  Pittelli, indagato anche nella Why Not oltre che nella Poseidone, ha fatto favori -come abbiamo visto prima- al figliastro del procuratore Lombardi; che il solito trio Favi-Murone-Lombardi, dopo aver tolto l'indagine a De Magistris, ha anche revocato l'incarico al suo consulente informatico-telefonico, il famoso Genchi, il mago degli incroci dei tabulati telefonici, per non rischiare - scrivono i magistrati nell'accusa– che scoprisse qualcosa anche senza De Magistris; che gli hanno mandato pure il Ros dei Carabinieri a portar via un pezzo del suo archivio, con risultati dannosi per l'inchiesta. Quanto ai magistrati che sono subentrati a De Magistris dopo la sua revoca -il nuovo procuratore generale Iannelli, i due PM che si sono occupati dell'inchiesta Poseidone, e Favi-, sono accusati di abuso, falso e favoreggiamento, perché avrebbero indagato, tramite il Ros dei Carabinieri, sul consulente Genchi, senza iscriverlo nel registro degli indagati, dunque acquisendo illegalmente informazioni sul suo lavoro; lo avrebbero fatto con la volontà precostituita di dimostrare falsamente che Genchi commettesse dei reati nelle sue indagini per conto di De Magistris; alla fine, tutto questo sarebbe servito a chiedere l'archiviazione della posizione di Mastella. E infatti nell'indagine Why Not, dopo l’avocazione, la posizione di Mastella viene stralciata e si chiede e ottiene l'archiviazione. Ma i magistrati di Salerno scoprono che nella richiesta di archiviazione al Gip i pm subentrati a De Magistris non mettono tutte le carte disponibili a carico del Ministro: se ne tengono alcune e ne mandano soltanto una parte al GIP che dunque archivia perché non ha il quadro complessivo. Inoltre sono accusati di aver tralasciato una serie di indagini che, se approfondite, avrebbero potuto portare la posizione di Mastella in condizioni più critiche rispetto a quelle già emerse (ci sono tutte le testimonianze dei consulenti, oltre a Genchi anche il consulente contabile, Sagona, i quali denunciano che i magistrati subentrati a De Magistris non gli consentivano di approfondire le piste che loro ritenevano promettenti).

In realtà i pubblici ministeri che hanno preso Why Not e Poseidone sono tutti accusati di favoreggiamento nei confronti di una lunga serie di politici e personaggi di livello nazionale: è un fatto che i nuovi arrivati hanno fatto archiviare e prosciogliere tutti i politici e i personaggi nazionali concentrandosi soltanto su alcune figure locali.
Avviene dunque l’incriminazione e la perquisizione. In tutta risposta Iannelli, il procuratore generale di Catanzaro, se ne va in TV a strillare che l'atto di Salerno è eversivo, ordina il controsequestro degli atti che gli sono stati appena sequestrati e incrimina i colleghi di Salerno. Ma non può farlo: sui magistrati di Catanzaro indaga Salerno, ma su quelli di Salerno indaga Napoli. Non sono possibili competenze incrociate, che comporterebbero la situazione paradossale (paradossale fino a ieri) di un indagato che indaga sul suo indagatore. Se a Catanzaro ritenevano che la perquisizione fosse illegittima l’unica via lecita era appellare il decreto di sequestro presso il Tribunale del Riesame di Salerno; se poi ritenevano che i pm di Salerno si fossero macchiati di reati, potevano solo chiederne l’incriminazione alla Procura di Napoli.

Vi è a questo punto una fulminea reazione del Quirinale, che non ha precedenti: il Capo dello Stato richiede alla procura di Salerno di inviargli gli atti appena sequestrati, giustificando questa iniziativa così inedita  (non si era mai visto il Capo dello Stato che chiede degli atti a una procura, per giunta che non ha violato la legge) con la necessità di “conoscere meglio una vicenda (la perquisizione) senza precedenti che presenta profili di eccezionalità, con rilevanti, gravi implicazioni, primo tra tutti quello di determinare la paralisi della funzione giudiziaria processuale” (la Why Not era pendente presso l’ufficio di Catanzaro, languendo da mesi, e il sequestro l’avrebbe interrotta per ben due giorni!). Sono motivazioni francamente oscure: una perquisizione su una procura non è, grazie al cielo, un atto senza precedenti, i magistrati sono soggetti alla legge come tutti gli altri cittadini, quindi esposti a qualunque provvedimento giudiziario se sospettati di reati; e appare quantomeno sproporzionata l’apprensione del Capo dello Stato per questo stallo di due giorni (il tempo necessario a fotocopiare gli atti di Why Not e di restituirli) in un Paese in cui i processi durano dieci anni

Il titolo che campeggiava il giornio dopo su tutti i giornali è "Guerra fra procure", "Guerra fra PM", "Scontro fra procure”, “Scontro tra Pm”, seguito dal sottotitolo ”Interviene Napolitano", la prima riga a giustificare la seconda: se c'è effettivamente una guerra fra bande, se davvero Salerno e Catanzaro stanno sullo stesso piano e se le suonano vicendevolmente, ben venga l'intervento dei pompieri, alias Quirinale e Consiglio Superiore della Magistratura. Nel decreto di perquisizione emergono elementi scandalosi. Ma i giornali non accennano neppure ai fatti che emergono da tale decreto, bensì si dilungano sulla “guerra tra procure”. Che non esiste: perché da una parte c'è un atto legittimo della procura di Salerno, al quale si risponde, dall’altra parte, con atti abusivi e abnormi da Catanzaro.
Apoteosi finale: il CSM nel giro di 24 ore – prodigiosa la capacità dimostrata, di leggersi 1700 pagine in 24 ore - valuta il tutto e propone al plenum di trasferire sia il procuratore generale di Catanzaro, sia quello di Salerno. Pari e patta. Guerra fra procure.
Tre settimane fa si aggiunge al coro il ministro Alfano: ha chiesto al Csm di cacciare dalla magistratura (non di spostare in un altro ufficio, proprio di cacciare dalla magistratura) il procuratore capo di Salerno, Apicella, e di levargli lo stipendio subito; ha chiesto ancora di trasferire ad altra sede i due magistrati che hanno materialmente condotto l'inchiesta, Verasani e Nuzzi. Nel motivare questa gravissima sanzione, il ministro scrive che Apicella e i sostituti Nuzzi e Verasani si sono macchiati di “assoluta spregiudicatezza, mancanza di equilibrio e atti abnormi nell'ottica di una acritica difesa del PM De Magistris con l'intento di ricelebrare i processi che sono stati a lui avocati”.
I giornali hanno registrato con ampio risalto queste motivazioni del ministro. Senza ricordare ai lettori alcuni elementari principi: può il ministro della giustizia scrivere quello che ha scritto? E' mai successo? No. La verità è che non esiste nella storia dell'Italia unita, né repubblicana né monarchica, un’atto del genere. Il ministro sta sindacando il contenuto, il merito, di un provvedimento giudiziario. Lo può fare il ministro? No. Se spettasse al ministro stabilire se è giusto o non è giusto quello che hanno ipotizzato nelle loro inchieste i magistrati, vorrebbe dire che ogni volta che un giudice fa una sentenza che non piace al governo, o che un Pubblico Ministero fa un'ipotesi investigativa che non piace al governo, quel giudice viene mandato via, o viene trascinato davanti al Consiglio Superiore. Sarebbe gravissimo se il vaglio delle inchieste fosse affidato al ministero della giustizia, cioè al governo, cioè alla maggioranza politica e non, invece, ai regolari gradi di giudizio.

L'unico organo abilitato a dichiarare illegittimo, spregiudicato, privo di equilibrio, abnorme, acritico quel decreto di perquisizione, era il Tribunale del Riesame di Salerno. E cosa ha fatto il Tribunale del Riesame di Salerno? Ecco, questa è la notizia che, al contrario degli anatemi di Alfano, i giornali non hanno riportato: alcuni imputati, a cominciare dall'ex procuratore Lombardi, il senat re di Forza Italia Pittelli, Antonio Saladino ecc, hanno fatto ricorso al Riesame per chiedere l'annullamento del decreto di perquisizione; bene, lo stesso giorno in cui in ministro Alfano emette il suo atto di incolpazione, il Tribunale del Riesame di Salerno respinge i ricorsi dei quattro indagati, li condanna a pagare le spese processuali e dichiara fondato, legittimo, impeccabile il provvedimento di sequestro, confermando i presupposti di legittimità e di merito.

È una notizia clamorosa, in quanto contraddice la valutazione espressa quello stesso giorno dal Ministro della giustizia, nonché le posizioni assunte sia dal Presidente della Repubblica sia dal Csm. Ma di questo nessun quotidiano, la mattina dopo, fa il minimo cenno, mentre riporta pedissequamente  le accuse indebitamente avanzate da Alfano.

Il 19 gennaio, nonostante la sentenza del Riesame, il CSM sospende Apicella dalle funzioni e dallo stipendio e ordina il trasferimento dei suoi due pm, Nuzzi e Verasani. Per via di un provvedimento che l'unica sede legittima per valutarlo, il Riesame, ha confermato in toto.

Sul versante di Catanzaro, si limita a trasferire il procuratore generale Jannelli e il suo sostituto (nulla a che vedere con la sospensione), lasciando al loro posto, invece, i pm Domenico de Lorenzo e Salvatore Curcio., attuali titolari di Poseidone e Why not
“C'è un decreto di sequestro? se uno non lo ritiene fondato si rivolge al Tribunale del Riesame, non al Ministro della Giustizia,, al Capo dello Stato, al CSM o all'opinione pubblica, come ha fatto Iannelli. Anche perché sono pochi i cittadini con un Ministro, un Capo dello Stato o un Parlamento a portata di mano, che possa saltar fuori all’occorrenza per contestare provvedimenti del giudice che a quei cittadini non sono piaciuti. È una cosa che possono permettersi in pochi e quindi che non si puo fare. Il Riesame ha bocciato il ricorso? In uno stato di diritto a questo punto la partita è chiusa. O meglio. Può continuare impugnando la sentenza del Riesame davanti alla Cassazione. Ma questi signori hanno la fortuna di avere la scorciatoia e quindi, anche per non rischiare una seconda batosta dalla Cassazione, vanno a frignare dal Ministro. Qui si stanno mettendo i discussione i principi dello stato di diritto”. Travaglio conclude paragonando la storia di questo anno e mezzo  a quella dei “Dieci piccoli indiani”: prima viene cacciato il Vescovo Bregantini perché denuncia certi malaffari tra politica e malavita.
Poi viene esautorato il Pubblico Ministero De Magistris: gli tolgono le inchieste, poi tolgono lui.
Poi tolgono i suoi consulenti, uno dopo l'altro.
Poi cacciano il capitano Zaccheo, il carabiniere che collaborava con De Magistris e che viene trasferito in Abruzzo.
Poi cacciano la Forleo che è andata in televisione a difendere De Magistris.
Poi il Corriere della Sera non fa più scrivere sul caso De Magistris Carlo Vulpio, che ci lavorava da un anno e che quindi qualcosa ne capiva. Certo non avrebbe scritto, la mattina dopo il suo sollevamento, di “Guerra tra procuer”.
Poi i magistrati di Salerno scoprono che De Magistris potrebbe avere ragione. Ecco, De Magistris Non Può Avere Ragione. E cacciano pure i magistrati di Salerno.
Adesso vedremo se cacceranno i tre giudici del Riesame che hanno appena confermato l'ordinanza.

Ma pare si sia scelta una via più semplice: non si parla dell’ordinanza. E di questa ordinanza nessuno, nella televisione o nella stampa, ha parlato.

I fatti vengono inanellati da Travaglio accuratamente, pacatamente, senza mai alzare la voce: basta il loro accostamento nella logica successione (un lavoro che tg i giornali nazionali hanno tralasciato, meglio non creare inutili preoccupazioni) per farne comprendere la portata allarmante. Quando finisce di parlare io e il mio vicino, che non ci conosciamo, ci scambiamo uno sguardo angosciato.

Questo signore esile e misurato, improbabile eroe del giustizialismo italiano, viene sostituito sul palco da un omone energico dalla gesticolazione incontenibile: Carlo Vulpio è un uragano. Il cronista giudiziario che da due anni seguiva le inchieste di De Magistris e poi dei pm di Salerno come inviato del Corriere della sera, non ha evidentemente mandato giù quello che gli è appena capitato. Quando scatta la controperquisizione da Catanzaro contro Salerno, può avvenire che tutti i giornali escano con titoli identici (“Guerra tra procure”) anche perché Carlo Vulpio, la sera prima, è stato rimosso dal suo incarico. Scrive sul suo blog:

“E’ stato la sera del 3 dicembre, dopo che sul mio giornale era uscito un mio servizio da Catanzaro sulle perquisizioni e i sequestri ordinati dalla procura di Salerno.

Come sempre avevo “fatto i nomi”. E cioè, non avevo omesso di scrivere i nomi dei magistrati, politici e imprenditori che comparivano nel decreto di perquisizione, non più coperti da segreto istruttorio: per esempio, Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Corte di Cassazione, Simone Luerti, expresidente dell’Associazione nazionale magistrati.  Con una telefonata, il giorno stesso dell’uscita del mio articolo sono stato sollevato dall’incarico.

(…) La “guerra” fra procure non è altro in  realtà che un corto circuito messo in atto da indagati che indagano sui loro indagatori, affinché, rovesciato il tavolo e saltate per aria le carte, non si sappia più chi ha torto e chi ha ragione perché, appunto, “c’è la guerra”. E dopo la “guerra”, ecco la “tregua”. Così, banalmente ma non meno consapevolmente, hanno riportato la vicenda tutti i giornali, salvo rarissime eccezioni di singoli commentatori. Guerra e tregua. E’ questo il titolo dell’ultima, penosa sceneggiata italiana su una vicenda che è la “nuova Tangentopoli”.

È la volta di Antonio di Pietro, l’ex- magistrato simbolo di Mani Pulite, l’inchiesta che fece esplodere Tangentopoli portando alla luce nei primi anni '90 un sistema di potere politico a livello nazionale fondato sulla corruzione. Oggi è il leader dell’Italia dei Valori, il partito che si è opposto più caparbiabente alle riforme ad personam in campo di giutizia e informazione. Temperamento sanguigno, tendenza a sbracciarsi e ad accalorarsi quando parla anche se nessuno lo provoca, rapporto tormetatissimo con i congiuntivi, di Pietro ha combattuto le politiche del Premier con un rustico buon senso che, a parere di molti, si è rivelato più utile contro Berlusconi dei contorsionismi machiavellici degli esponenti del Pd. Denuncia, sempre sbracciandosi, il tentativo dei membri della classe politica di difendersi dai processi anziché nei processi: “è un’idea medievale, da Don Rodrigo, che offende lo stato di diritto!”. Ma soprattutto si scaglia contro il ddl sulle intercettazioni in discussione alla camera, che rendera difficilissimo disporre di questo cruciale strumento di indagine. La spiegazione del ddl occupa più o meno tutto il suo intervento, ma siccome alla fine rivolge anche una critica, o un invito, al Capo dello Stato e sarà questo ad occupare tra poco tutti i giornali, riporto testualmente questa parte del suo discorso (avviso per i fanatici della grammatica: sarà doloroso):

Vorrei lanciare un appello al Presidente della Repubblica. Signor Presidente, lo sa che qui, ancora una volta, si sta cercando di farci lo scherzetto che ci è stato fatto a Piazza Navona? Credo che in modo civile si possa avere il diritto di manifestare. Si può non essere d’accordo su quel che abbiamo fatto e stiamo facendo, ma è un nostro diritto, garantito dalla Costituzione, poter dire che ciò che fanno determinete persone non ci convince? E possiamo permetterci, Signor Presidente della Repubblica, di accogliere in questa piazza anche qualcuno di noi che non è d’accordo su alcuni suoi silenzi? (Si riferisce al fatto che a dei manifestanti la polizia aveva fatto rimuovere uno striscione con la scritta “Napolitano dorme, l’Italia insorge”). Possiamo permetterci o no? O siamo degli eversivi? Siamo dei cittadini normali che ci permettiamo (sic!) di dire a Lei, Signor Presidente della Repubblica, che dovrebbe essere l’arbitro, che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo.Noi non vogliamo fare alcuna… noi la rispettiamo! Noi abbiamo un senso delle istituzioni! E allora se un cittadino qui ha messo uno striscione, avrà diritto di mettere sto’ striscione, senza offendere nessuno, in cui dice Napolitano dorme, l’Italia insorge”? Perché gliel’hanno sequestrato? Perché non c’è possibilità di manifestare? Di manifestare senza bastoni… senza nulla! Stiamo semplicemente dicendo che non siamo d’accordo sul fatto che si lasci passare il lodo Alfano, che non siamo d’accordo sul fatto che si criminalizzino le persone che fanno il loro dovere, che non siamo d’accordo sull’oblio che hanno le istituzioni nei confronti di questi familiari delle vittime, che non siamo d’accordo nel vedere terroristi che vanno a fare gli insegnanti,i saputoni e poi vediamo le vittime del terrorismo e della mafia che vengono dimenticate e abbandonate a se stesse. Lo possiamo dire o no? Rispettosamente! Rispettosamente! Ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra: il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso. Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio".

Quando il comico Beppe Grillo, che non può mettere piede in televisione dal 1986 ma ha un blog che è il più visitato in Italia e uno dei più visitati al mondo (oltre 500.000 accessi giornalieri), inizia a parlare, appare incerto, inibito, un elefante in una cristalleria: nel luglio scorso, partecipando a una grande manifestazione indetta contro la blocca-processi, la riforma delle intercettazioni e il lodo Alfano, chiamò il Presidente della Repubblica “Morfeo”, perché lo giudicava troppo arrendevole nel firmare le leggi incostituzionali del governo. In un Paese dove un Premier diede all’allora Presidente della Repubblica Scalfaro del serpente, del traditore e del golpista12 , quella battuta                                pronunciata da un comico suscitò un putiferio, delegittimando l’intera manifestazione e facendone passare in secondo piano i contenuti. Evidentemente non vuole correre lo stesso rischio.

Ci lancia uno sguardo ecumenico: “"Ragazzi, siamo i grandi perdenti! Siamo i perdenti, guardatevi in faccia: dove vogliamo andare con queste facce? Da nessuna parte!” Tondo e rimbalzante, le mani svolazzanti, dipinge infervorato le opportunità di controllo dal basso sulla politica offerte da internet, delle liste civiche nei comuni, parla della rivoluzione mancata delle energie rinnovabili…i suoi punti forti. Denuncia l’autoritarismo strisciante che si disvela quotidianamente: “Maroni (Ministro dell’Interno) ha dato disposizione di non fare più assemblee nelle piazze. Non si potranno più fare manifestazioni ‘nelle piazze dove ci sia una chiesa’. Praticamente in tutte le piazze d'Italia c'è una chiesa! E dove non c'è una chiesa ci faranno delle madonnine nascoste nell'angolo. Maroni, che manda la polizia nelle scuole, manda la polizia in antisommossa contro i cittadini! Maroni! Che è stato condannato in via definitiva per oltraggi a pubblico ufficiale. Pensate! Lui era contro la polizia in una manifestazione, è caduto per terra e ha preso la caviglia di un poliziotto E  L’HA MORSICATA!!!13
Abbiamo un ministro degli interni che morsica le caviglie ai poliziotti! Quando i poliziotti vedono Maroni hanno paura, si mettono degli anfibi lunghi fino qua!
Noi siamo in un Paese in delirio, stiamo delirando con l'economia, con la giustizia… Italiani! Oggi la mafia è stata corrotta dallo Stato!” Poi assume una posa meditativa da bonzo tibetano: “Non voglio gridare, voglio calmarmi… voglio essere buono… non dire neanche una parolaccia. Non voglio neanche nominare Napolitano, se no poi dicono 'Grillo attacca il Presidente'”.
È la volta di Pancho Pardi. E siccome è un intellettuale intraprende un discorso più ambizioso (io comincio a dare fondo al mio panino). Sottolinea come i conflitti d’interesse di Berlusconi portino come naturale conseguenza una compressione della democrazia: quello in ambito processuale minaccia la possibilità di una giustizia uguale per tutti, che non sia una porta girevole per chi può permettersi di tirare per le lunghe il processo fino alla prescrizione; quello in ambiti mediatico uccide l’informazione e quindi la libertà dei cittadini, che si basa sull’opportunità di fare scelte consapevoli. In un futuro senza giustizia né libertà, ecco la fine della democrazia.

 

Belle prospettive su cui rimuginare mentre l’8 mi porta a casa. Mi conforto pensando che di gente sfuggita alla lobotomizzazione a reti unificate ce ne deve essere ancora parecchia: la piazza era satura di gente. Un successo. E un’esperienza intensa. Ci voglio scrivere un articolo. Sono così assorta che a stento ricordo di scendere alla fermata giusta.

Arrivo a casa, metto su il caffè, vado in camera, accendo il computer e mi parte un embolo:

“Di Pietro insulta Napolitano: 'Il silenzio è da mafiosi' ”. L’Unità.

“Di Pietro a Napolitano: 'Il silenzio è mafioso' “  L'Occidentale.

“Di Pietro attacca: 'Napolitano dorme' ”. Quotidiano Nazionale.

Di Pietro contro Napolitano: 'I mercanti fuori dal tempio'” La Voce d'Italia.

Di pietro attacca Napolitano” Il Tempo, Il corriere.it,    Repubblica.it,   Il Giornale.it

“Vergogna Di Pietro” Il Riformista 

"Di Pietro contro tutti" Skytg24

Questi i titoli delle maggioro testate nazionali nei loro siti web. Dalla lettura degli articoli apprendiamo che a Piazza Farnese si è svolta una manifestazione di Italia dei valori (mentre era organizzata dall’Associazione Nazionale Familiari delle Vittime di Mafia), contro il governo (mentre era per protestare contro la sospensione del procuratore generale di Salerno e il trasferimento dei suoi due pm), nella quale ha parlato solo di Pietro, che non ha fatto altro che insultare Napolitano dandogli del mafioso, il tutto di fronte a “qualche centinaio di persone” (io non ho idea se fossimo davvero 30.000 come sostengono i promotori, ma addirittura qualche centinaio…). Sono stordita. Sapevo che ad informazione non eravamo messi benissimo ma non avevo mai toccato con mano così direttamente a che livelli fossimo arrivati. Adesso ho la prova tangibile che viviamo gìà in un regime. Dolce, mediatico, ma pu sempre un regime. E sprofondo nel senso di impotenza, perché ho l’impressione di non poterlo dire a nessuno, di fatto. Come far sapere, ad esempio, il grado di disinformazione che c’è stata a chi non era fisicamente presente? Una cosa è farsi raccontare, tutt’altra è toccare con mano. Quelli che non sono già positivamente prevenuti non potranno mai sapere a che livello di autoritarismo siamo già arrivati.

Poi mi viene in mente che, no, potrebbero sapere benissimo. Così come non è necessario conoscere i particolari delle indagini di De Magistris, Forleo, Apicella per sapere che la classe dirigente di questo Paese sta lavorando per sottrarsi a qualunque controllo, non più solo a quello dal basso (perché i partiti controllano l’informazione e quindi l’opinione pubblica), ma anche a quello di legalità: è sufficiente guardare il tempismo formidabile con cui sono stati trasferiti. Non serve conoscere nel dettaglio le vicende processuali di Berlusconi e le date di approvazione delle leggi ad personam (eloquentemente interconnesse) per sapere che il suo conflitto di interessi ha prodotto una giustizia a due velocità: basta guardare l’entita, risibile, delle pene per i reati tipici dei colletti bianchi, e quante volte neppure vengono comminate perché i processi finiscono prescritti. Non serve avere le competenze giuridiche necessarie a capire le implicazioni del progetto di legge sulla separazione delle carriere e sulla riforma del Csm per sapere che si sta mettendo in discussione il principio della separazione dei poteri: basta guardare il livore con cui Berlusconi attacca quotidianamente la magistratura14. Non  serve conoscere tutte le leggi incostituzionali che si è visto respingere per sapere che è un analfabeta della democrazia: basta guardare l’arroganza che trasuda  dalla sua persona, l’insulto sistematico a qualunque potere di controllo, il vizio di gridare istericamente al comunismo ogni volta che emerge un ostacolo alla sua volontà, o una qualche forma di dissenso. Non serve conoscere tutti i casi di censura, le notizie scomparse, i contenuti delle intercettazioni di telefonate tra dirigenti rai e politici15 per sapere che la nostra è una televisione da regime: basta guardare l’atteggiamento imperiale e magnanimo che i politici mostrano verso i giornalisti nei talk show, l’assenza totale di satira, il misto stomachevole di volgarità e bigottismo che imperversa nei programmi di intrattenimento…basta vedere chi lavorava prima e chi lavora adesso.

Io so era il titolo della manifestazione di oggi. Evoca un famoso testo di  Pier Paolo Pasolini, contenuto in “Scritti Corsari”, una serie di articoli del periodo 73-75:

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici... Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi -proprio per il modo in cui è fatto- dalla possibilità di avere prove ed indizi.
(…) Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione15           (…) rappresenta un Paese pulito in Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico (…) è divenuto, appunto, un 'Paese separato'. Un'isola.”



1                  2 "Scalfaro è un serpente, un traditore, un golpista" (Silvio Berlusconi, La Stampa, 16 gennaio 1995).

 

1                  3 è vero.

 

1                  4 «I giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana». Per citarne soltanto una.

 

1                  5 Memorabile quella tra Berlusconi, allora capo dell’opposizione, e Saccà, direttore generale della Rai. Berlusconi chiede a Saccà di dare una sistemazione in una fiction a due ragazze spiegando che questo servirebbe per uno scambio di favori con un senatore della maggioranza che lo aiuterebbe a far cadere il Governo Prodi. L'intercettazione proveniva da un'inchiesta della procura di Napoli che vedeva Berlusconi indagato per corruzione.

            B: Agostino!
S: Presidente! Buonasera ..come sta ... Presidente...
B: Si sopravvive...
S: Eh .. vabbè, ma alla grande, voglio dire, anche se tra difficoltà, cioè io ... lei è sempre più amato nel paese ...
B: Politicamente sul piano zero ...
S: Si.
B: ... Socialmente, mi scambiano ... mi hanno scambiato per il papa..
S: Appunto dico, lei è amato proprio nel paese, guardi glielo dico senza nessuna piangeria ...
B: Sono fatto... oggetto di attenzione di cui sono indegno ...
S: Eh .. ma è stupendo, perchè c'era un bisogno ... c'è un vuoto ... che .. che lei copre anche emotivamente ... cioè vuol dire ... per cui la gente .. proprio ... è cosi ... lo registriamo...
B: E' una cosa imbarazzante ..
S: Ma è bellissima, però
B: Vabbè .. allora?

            Saccà illustra a Berlusconi il rischio chela destra perda la maggioranza nel Cda della Rai. Poi Berlusconi gli commissiona una fiction su federico Barbarossa “perchè c'è Bossi (capo della Lega Nord,un partito che ha tutto un contorno folkloristico) che mi sta facendo una testa tanto con questo cavolo di fiction di Barbarossa ..
S: Barbarossa è a posto per quello che riguarda .. per quello che riguarda Rai fiction, cioè in qualunque momento ...
P: allora mi fai una cortesia ...
S: si
 
B: con la Elena Russo non c'era più niente da fare? Non c'è modo...?
S: no .. c'è un progetto interessante .. adesso io la chiamo ..
B: gli puoi fare una chiamata? La Elena Russo; e poi la Evelina Manna. Non centro niente io, è una cosa ... diciamo ... di...
S: chi mi dà il numero?
B: Evelina Manna ... io non c'è l'ho ...
S: chiamo ..
P: no, guarda su Internet ..
S: vabbè, la trovo, non è un problema ... me la trovo io ..
B: ti spiego che cos'è questa qui ..
S: ma no, Presidente non mi deve spiegare niente ..
B: no, te lo spiego: io stò cercando di avere ...
S: Presedente, lei è la persona più civile, più corretta..
B: allora ... è questione di .. (parola incomprensibile, le voci si accavallano) ....
S: ma questo nome è un problema mio ...
B: io stò cercando ... di aver la maggioranza in Senato ...
S: capito tutto ...
B: eh .. questa Evelina Manna può essere .. perchè mi è stata richiesta da qualcuno ... con cui sto trattando ...

B: va bene, io sto lavorando in operazione libertaggio .. l'ho chiamata così, va bene?
S: va bene ...
B: va bene .. se puoi chiamare questa signora qui ...
S: la chiamo .. e poi quando ...
B: Evelina Manna ...
S: .. ci vediamo le riferisco ..
B: .. e anche Elena Russo ... grazie, ci sentiamo ..
S: vabbene ... allora arrivederla Presidente ...
B: la settimana prossima ci vediamo ...
S: .. oh .. metta le mani però su sta maggioranza ... perchè veramente io ho rischiato tanto per avere la maggioranza in consiglio ....
B: faccio questo .. anche se ...
S: ... e si è sciolta dopo la set ... abbiamo fatto una figura barbina!
B: va bene ...
S: .. ma non per colpa .. mi creda ... di Urbani ....
B: daccordo ...
S: Urbani fa altre cazzate ...
B: Si, si va bene!
S: grazie Presidente ..
P: grazie ciao ... ci vediamo la settimana prossima.

 

1                  5 L’opposozione a cui fa riferimento Pasolini in questo testo e il popolo che si riconosceva nel partito comunista, ma, risalendo gli “Scritti corsari al  ’73-75 ed essendo nel frattempo morto il Pc, mi sembrava inattuale riportare il riferimento.

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